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Blog - Editorial and publications

Prima notte a Pechino per Rumore Magazine

On 11, set 2012 | No Comments | In Blog - Editorial and publications | By Lorenzo

 

Una notte a Pechino mi ero perso. Ero arrivato da poche settimane, e mi ero perso in un piazzale molto tipico, circondato da fiochi profili di abomini edilizi, e SUV che mi sfioravano andando a sparire oltre un’insegna luminosa ad arco, color dell’arcobaleno, cinese proprio, il buio attorno.
Ho iniziato a sentire colpi ritmici lontani e soffocati, un 4/4 semplice e pulito, l’avrei detto un batterista chiuso in un container, scordato nel piazzale.

Così ho trovato la mia prima musica d’Oriente, aprendo una porticina alta quanto il soffitto della capanna di mattoni in cui c’era chiuso un batterista, e il chitarrista, e il bassista, e un vecchio IBM che proiettava grafiche sul muro di gesso nudo.

Nulla si trova facilmente in Cina, non in questi anni almeno, tutto va sudato in qualche modo, la sorte gioca un ruolo fondamentale e le pretese di consumo consapevole vanno abbandonate. Dopo le mie prime nottate fatte di club troppo kitsch per essere alternativi, Karaoke TV foderati di moquette umida e impolverata e piani bar del quartiere russo, avevo smesso di cercare musica.

Perché tutto è dove non ha alcun senso che lo sia. Le ruspe, e le coscienze, si sono mosse troppo velocemente perché il tempo potesse fare il suo corso di accomodante organizzatore. La baracca nel piazzale, l’ex-cinema senza né l’insegna da ex-cinema, né l’ipotetica nuova indicazione di ‘casa del punkettaro Maoista’, o il club hard-core in tre stanze di cemento due piani sottoterra di una via con ristorantini per coppiette che amano le tendine rosa, e ancora corti antiche con le loro lanterne e appena varcata la porta un uhiguro che fa vocalizzi del deserto.

E nella bella stagione, quella dei festival all’aperto, trovarsi in un parco su un paio di colli dolci appena fioriti alle cui porte recintate e sorvegliate da cordoni di guardie stanno radunati decine di anziani con ai piedi i loro aquiloni di carta, i pennelli di crine per la calligrafia e i nastri rossi per il taiqi, loro abituali abitanti del parco ridotti a spettatori confusi di una folla di tanti nipoti che non riconoscono. Davanti a loro, in fila, c’erano piedi nudi e calze a rete strappate, dorsi spogliati, labbra nere e creste punk e borchie dark e lovely ombrellini e bikini in attesa di varcare i cancelli del festival e farsi moltitudine sui prati, tra i palchi, di corsa e poi sdraiati, lasciandosi dietro una scia di polvere smossa appena.

[Con questo pezzo inizia la mia collaborazione con la rivista Rumore, che ogni mese a partire da ottobre ospiterà una mia rubrica dedicata alla scena musicale cinese]

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