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Blog - Editorial and publications

Cui Jian, un pezzo di tessuto rosso

On 28, lug 2013 | No Comments | In Blog - Editorial and publications | By Lorenzo

 

Dopo averne accennato il mese scorso in questa rubrica, mi ha fatto piacere ritrovare il grande vecchio del rock cinese, Cui Jian, che ha incontrato il suo pubblico per una chiacchierata nello splendido club Capital M, affacciato sulla porta sud di piazza Tiananmen. Ventiquattro anni prima in quella stessa piazza cantava la sua canzone “Nothing to my name”, un pezzo di pura passione giovanile, l’urlo di libertà di un freewheellin‘ senz’altro che la propria individualità mentre cerca di prendere per mano i ragazzi che lo stavano ascoltando, e insomma tutta la sua Cina.

Nel fatidico 3 giugno non fu tra la folla, e dopo alcuni mesi trascorsi in vari nascondigli di altre province lontane all’inizio del 1990 era già di ritorno nella capitale per iniziare il tour  dal titolo poco fraintendibile “La nuova lunga marcia”.

Apparve sul palco con gli occhi bendati da una fascia rossa, cantando “A piece of red cloth”, inno sociale e politico di rara potenza e coraggio. Con il testo si fece carico della voce intima di generazioni cresciute nell’esclusiva funzione della comunità, una visione molto lucida del tepore protettivo della stessa e delle sensazioni cresciute come crepe nella vita quotidiana e sempre, o quasi, confuse e tarpate (“I felt that I wanted to drink some water / but you used a kiss to block off my mouth”). Non serve dire che il tour fu annullato, che pagare una multa immane non servì a nulla e che Cui Jian non poté più suonare ufficialmente per oltre dieci anni, trascorsi con pochi concerti comunicati con il passaparola ma anche con le prime tournée americane ed europee. Nel 2003 aprì il primo concerto pechinese dei Rolling Stones e nel 2005 poté celebrare il grande ritorno con un concerto allo stadio dei Lavoratori, nel cuore di Pechino, dove per non smentirsi dedicò alla folla immensa ed entusiasta pezzi come “Mr. Red” e di nuovo “A piece of red cloth”, che in tale palcoscenico a molti altri sarebbero costati perlomeno una silente sparizione. A Cui Jian quella volta non accadde. Non so se tra i membri della commissione cultura avesse qualche fan, o se più probabilmente sia solo un banale, lucido calcolo politico basato sulle decine di migliaia di giovani tutto sommato innocui che lo ascoltano. Resta che Cui Jian è libero di starsene lì, a due passi da quella piazza, a chiacchierare. Parla di se stesso, è attento a ciò che condivide, si giostra tra media e censura, proteggendo il cuore del proprio messaggio.

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