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25

lug
2012

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By Lorenzo

Diario di pioggia

On 25, lug 2012 | No Comments | In Uncategorized | By Lorenzo

Il clima di Pechino ti tempra. O meglio: tempra chi come me scopre infine di essere nato in un giardino, come sono un po’ tutte le nostre valli d’Italia, per lo più verdi, profumate, umide il giusto, arieggiate. E dalle nostre città la fuga è sempre breve, che sia su spiagge e scogliere, o al lago, o sui monti.

Sono arrivato a Pechino per la prima volta nel maggio di tre anni fa, e tutto quel che ricordo di quelle mie prime settimane era un caldo ogni giorno più pesante, che sembrava alimentare senza speranza una massa grigia che era dappertutto: in cielo, attaccata alle finestre, tra gli alberi, sulla pelle. Avevo subito iniziato a chiedermi perché mai Pechino l’avessero costruita proprio qui, senza brezze di mare che ne ingentilissero gli estremi climatici, senza monti che la proteggessero dai venti più forti, ma anzi in balia di qualsiasi fenomeno atmosferico che si faccia portare sulle code di una qualsiasi delle due vie monsoniche che stagionalmente percorrono l’Asia. Le risposte non mancano e non sorprendono, sono anzi affascinanti e sono nella vita austera di Yongle, grande e rigoroso imperatore della rifondazione della dinastia Ming che trasferì la capitale da Nanjing a Pechino, che si trovava allora ai confini nord del suo impero.

Pechino serviva esattamente qui dov’è, e qui l’hanno costruita: ci si arriva dalle steppe mongole, come fa il vento gelido e secco dell’inverno, oppure dai deserti dell’ovest, come le tempeste di sabbia primaverili, o ancora da sud e da est insieme alle correnti umide che arrivano dall’oceano d’estate: ogni stagione porta sentori lontani, sempre violenti. Da qui è particolarmente difficile perdersi in idilli, ma è anzi piuttosto semplice avere un’idea dello sterminato impero, e del come si muovono queste impressionanti masse umane che da ogni dove e da ogni tempo vi arrivano.

Lascio però considerazioni storiche e geografiche ad altre sedi, e torno alla mia estate di tre anni fa, che fu appunto la mia prima. Come tanti di noi all’inizio, ero qui in via provvisoria e quasi casuale, e mi ci perdevo dentro, camminando giorno per giorno con questa o quell’altra persona, o da solo, scoprendone lentamente l’identità e il fascino.

Ricordo una volta, una tarda serata di luglio molto calda in cui però l’umido, seppur schiacciante, come chiaro sentore di pioggia cominciava a fuggir più veloce nell’aria, mosso da una brezza crescente che scuoteva le ombre dei pochi alberi che danno sul terzo anello.

In due ci sedemmo su sedie di latta sotto a un ombrellone che portava i colori di un marchio fallito da decenni, ordinando spiedini di carne a una donna con vestiti sgualciti, corporatura robusta e voce rovinata dal fumo delle braci che usava per cucinare col suo barbecue all’aperto, su un lato del vecchio e sporco hutong.

Ordinammo spiedini di montone, ali di pollo, frattaglie varie, pane bianco arrostito e birra locale, che arrivarono al nostro tavolo piano piano, man mano che si cuocevano.

Eravamo sul lato opposto della strada rispetto al barbecue, unico tavolo isolato dagli altri.
Parlavamo e parlavamo di tutto, incuranti anche della pioggia che presto iniziò a cadere violenta, come ricordo di aver visto nella mia campagna come sorta di spettacolo estivo attraverso i vetri di una finestra.
Eppure quella sera non ho pensato neppure un momento di fuggirle, di mettermi al riparo da qualche parte – e certo non era il drizzle britannico -, ma sono rimasto a parlare e parlare, con le gocce che si infrangevano sull’ombrellone diventando sottilissima nebbia che si posava sulla pelle e sui vestiti. Non avrei mai potuto scostarmi, su quel tavolo sentivo per la prima volta l’ebbrezza della distanza percorsa, vedevo le migliaia di chilometri d’Asia sorvolate su un aereo poche settimane prima e vedevo la mia vita raccontata per intero, chiara e tutta lì sul tavolo; venticinque anni come fossero una cosa sola: ero io, la mia identità. In quel momento non sapevo ancora che sarei diventato un emigrante, e dunque non sapevo che negli anni a venire temi quali la nostalgia – di spazio e di tempo -, o il bisogno di mantenere viva la mia dotazione di ricordi passata, avrebbero portato nodi su cui riflettere a lungo. L’ho imparato sotto quell’ombrellone che adesso, se possibile, sarà ancor più scolorito, temporale dopo temporale, con quell’acqua pesante che ogni estate arriva da chissà dove.

A quei temporali seguì presto il breve ma estremamente piacevole autunno pechinese, poi l’inverno e tutte le altre stagioni, e di anno in anno ho iniziato a trovarmi ingarbugliato in un intreccio di ricordi che stentava – e in parte stenta tuttora – a mischiarsi: da una parte quelli della mia vita di prima, quella dei giardini, dall’altra quelli della precedente stagione in terra di Cina, o in viaggio in altri luoghi d’Asia.

Nel frattempo ho imparato a sopravvivere con sufficiente dignità sia al caldo umido sia al freddo invernale, godendo altresì degli splendidi autunni e primavere.
Poche sere fa, per fronteggiare in un sol colpo sia una cena formale sia il clima di luglio, ho indossato un vecchissimo paio di pantaloni di lino arrivati con la prima valigia che ho portato in Cina, più di tre anni fa, per quanto la loro effettiva data di acquisto vada ancora ben più indietro nel tempo.

Seduto nel taxi, andando a questa cena a ora tarda, l’aria che entrava dal finestrino mi ha ricordato un buco nei pantaloni che non ricordavo di avere.
Mi è bastato sfiorare il tessuto strappato per tornare indietro di svariati anni e migliaia di chilometri, e sentire di nuovo le spine di un rovo che proteggeva i confini di un campo di grano appena maturo strapparmi i pantaloni, proprio lì dove adesso entrava l’aria.

Mentre la mente ignorava gli occhi e continuava a farmi vivere in quelle sensazioni passate, nel presente col taxi stavamo invece passando per quell’autostrada cittadina che è il secondo anello di Pechino, incolonnati in una delle sue dodici corsie grigie e polverose, in cui non v’è certo nulla di campestre e neppure di piacevole.

“Che ci faccio qui?”, mi sono chiesto. Inevitabile chiederselo. Continuare a farsi domande del genere è del tutto normale per chi ha scelto di vivere lontano da casa – pare banale dirlo, eppure parlando di paese natale e nostalgia, il bisogno di una motivazione si fa più forte. La presa di consapevolezza è necessaria e ci obbliga alla lucidità, a tenere le redini, in qualche modo.

L’immenso spazio di Cina che ho attorno, come ben sanno i suoi abitanti – immigrati e nomadi-sedentari per eccellenza -, mi lascia sempre l’impressione che ci sia un altro luogo in cui andare, che le strade ci siano e siano giusto lì, da imboccare. Ogni cosa nell’aria te lo ricorda, è chiaro anche ai meno impressionabili. E’ violento a sufficienza perché tutto sia chiaro.
Ogni stagione, ogni cielo mi riporta all’idea di essere nella terra delle possibilità, dove le cose storicamente accadono, perché possono farlo, senza vincoli di spazio.
Quella stessa notte, nuvole altissime, al di là di ogni cappa grigia così bassa da sfiorare l’asfalto sporco e bollente, sono arrivate da chissà dove portando pioggia.

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