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28

ott
2013

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In Books

By Lorenzo

I Topi.

On 28, ott 2013 | No Comments | In Books | By Lorenzo

La conversazione che segue è tratta da una telefonata telefonata tra la signora Giuditta e Gianluca Nicoletti. Giuditta parla in terza persona, di un’amica dice lei, e ci aggrappiamo alle sue brevissime esitazioni per capire quanto la voce sia nel vero, mentre gli immondi fatti che narra vanno a comporre un racconto di Dino Buzzati che mai avrei immaginato fuor di metafora.

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«Buongiorno, quello che volevo raccontare è successo a una mia amica. Lei viveva in una montagna, era sempre molto sola, molto, e stava benissimo, e poi, una volta, un contadino ha ucciso un topo»

«Oh poverino»

«… che aveva trovato vicino a casa no? Ma un topo di quelli anche un po’ più grossini, non di quelli carini»

«Ah la tipica sorcona ecco»

«Non proprio! Ma insomma .. a un certo punto questa mia amica ha trovato la cucciolata»

«Di topi?»

La vanga di un contadino ha reso orfani una nidiata di topini, adottati da una signora che “viveva sola, molto, e stava benissimo” e allattati con un lembo di fazzoletto imbevuto nel latte.
Ne sopravvivono due che crescono sani e forti, e proprio dalla loro salute il racconto inizia a farsi drammatico, anzi fastidioso, perché le immagini si impestano dell’odore dei sorci, esseri immondi e malati dai secoli dei secoli.
La voce della signora è meno serena, inizia a prendere le distanze dalla sua amica che da buona samaritana che era, da eremita felice con il servizio da tè coi fiori rosa, inizia piuttosto ad apparirci una reietta stravagante.

“E questi topi qua avevano [deglutisce] però una caratteristica, sono cresciuti e sono stati anche bene, si comportavano come animali domestici … ”

“Come animali domestici, sì”

“… però l’unica cosa è che avevano molto odore, si sente proprio un odore di topo incredibile”

L’odore che si è infilato nelle narici porta alla sola attesa del crescendo, che arriva, subito, perché la topina resta incinta.

“E questa mia amica si è ritrovata con un’altra cucciolata”.

“E cosa ha fatto?”

“E li ha allevati, li ha tenuti”.

La signora allevatrice è intrappolata nel proprio dilemma, che in realtà dilemma non è, perché non ha scelta: non li ucciderà mai. E’ sola in mezzo alle sue creature. Dalla tenerezza del salvataggio e delle cure materne eccola ammantata di orrore e ribrezzo, senza via d’uscita. E’ circondata dal puzzo delle sue creature, è sola davvero adesso, respinta.

“E poi ancora .. insomma in nove anni ha una generazione di topi”.

Sola, sola, abbandonata! Intrappolata e accerchiata da quello che all’inizio le era parso come una parte naturale della montagna che circondava la sua vita solitaria. Erano animali, cuccioli, piccoli orfani senza difese di cui è stato naturale sostenere la vita allattandoli e curandoli, forse credendo che l’avrebbero amata, che sarebbero stati suoi, o forse non pensando affatto, e nemmeno credendo davvero ai millenni di esperienza umana e di epidemie e carestie che quegli esseri causano dai secoli dei secoli.
L’amica se ne discosta, come qualunque ascoltatore, inorridito o esilarato, e attorno alla sua voce non rimane più niente, solo topi.

“No no nel paese … non la conoscono, e lei non si fa mai vedere …”

Le analogie con il racconto “I Topi” di Dino Buzzati sono incredibili, tanto nella trama quanto nelle conclusioni.
La voce narrante di Buzzati racconta la vicenda di una famiglia di amici da cui ogni anno era uso essere ospite nella loro casa di montagna per le vacanze estive. Di soggiorno in soggiorno, il narratore viene circondato da un crescendo di rumori sospetti, di gatti ingrassati e poi battuti ed infine scomparsi, in porzioni di casa conquistati dalle bestiacce sino alla loro vittoria finale in cui gli umani sono ridotti a loro schiavi. L’avanzata dei topi si accompagna all’ostinata negazione dell’invasione da parte della famiglia, incapace di prendere alcun provvedimento definitivo ma continuando piuttosto a vivere le proprie giornate come ha sempre fatto, sino, infine, a lasciare il campo al male.

“Un contadino che si è avvicinato – ma non molto perché sulla soglia della villa stava una dozzina di bestiacce in atteggiamento minaccioso – dice di aver intravisto la signora Elena Corio, la moglie del mio amico, quella dolce e amabile creatura. Era in cucina, accanto al fuoco, vestita come una pezzente; e rimestava in un immenso calderone, mentre intorno grappoli fetidi di topi la incitavano, avidi di cibo. Sembrava stanchissima ed afflitta. Come scorse l’uomo che guardava, gli fece con le mani un gesto sconsolato, quasi volesse dire: “Non datevi pensiero. E’ troppo tardi. Per noi non ci sono più speranze”.

Molti dei personaggi di Buzzati si trovano ad essere intrappolati per sempre in un destino tragico ed ineluttabile. Le conseguenze di una scelta si ripercuotono sul loro futuro rendendo palese l’impossibilità di alcuna risalita, come è per l’amica di Giuditta che non ha saputo uccidere i topi e mai riuscirà a farlo, per la famiglia del racconto che non si è data cura del pericolo che la accerchiava sino a non esserne stata soffocata e uccisa, nessuna libertà rimastagli se non la mera sopravvivenza in funzione degli schifosi invasori.
L’invasione non è quasi mai cruenta e coatta, i protagonisti hanno sentore che scendendo quell’ultimo gradino non potranno più risalire, eppure non vi sfuggono, vi sprofondano, incapaci di agire attendono l’unica conclusione possibile per ogni loro dilemma: la morte.

Riferimenti: Melog, di Gianluca Nicoletti; “I topi”, tratto dalla raccolta “Sessanta racconti”, di Dino Buzzati.

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