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Blog - Editorial and publications

Rose di seconda mano

On 28, lug 2013 | No Comments | In Blog - Editorial and publications | By Lorenzo

Il mio zio di Cina preferito parcheggia la sua berlina nera a 200 chilometri dal confine russo e ad altri 200 da quello nordcoreano. Ha le cromature lucidate e, ad estrosa differenza dai suoi vicini di parcheggio, nemmeno una pelosa pellaccia di animali della steppa a decorarne i sedili, perché è uno zio raffinato. Zio preferito, che lavoro fai? Faccio il contabile. Anch’io voglio fare il contabile come te. E’ troppo dura la partita doppia per te, figliolo.

Amo le terre del mio zio preferito. Sono terre decadute, e ricresciute, e cadute di nuovo. Da che esistono, nessun uomo può esservi passato godendosi pienamente le sensazioni di una fioritura, perché questa ha sempre avuto i tratti pesanti dei metalli e del carbone.

La città principale è Harbin, magnifica a mio parere. Di fatto è nata a fine ‘800, quando si è costruito il tratto di Transiberiana che scendeva da Chiba verso Vladivostock e Pechino. Città circondata di frontiere, seppur ben lontana da ogni imperatore e infatti, nel 1913, i suoi sessantamila abitanti provenivano da 53 nazioni, la metà dei quali erano russi, e poi cinesi, ebrei, tedeschi, ognuno con le sue storie di grandi viaggi e inverni.

Il gruppo di questo mese, i Second Hand Rose, o Er Shou Meigui, o anche 二手玫瑰, sono nati dieci anni fa nella periferia nord di questa città, a margine dei suoi dieci milioni di abitanti. Sono uomini del nordest, fino in fondo: carnagione chiara, spalle larghe, cresciuti a patate e montone ed alcol distillato in qualsiasi maniera possibile. Hanno sangue mongolo e siberiano, Manchu e Han; sono stati mercanti, attori d’opera e gente di corte, per quanto nella confusione dei tempi moderni siano soprattutto conosciuti come formidabili picchiatori.

La prima volta che ho incontrato Liao Long, il loro leader, era su un palco vestito di un qipao da donna di piacere degli anni ’20, suonava quel suo folk rock unico, ben rifinito  da un’ampia varietà di schitarrate e assoli di strumenti tradizionali, di vocalizzi dell’antica opera e versi contemporanei, stanze di poemi, corteggiamenti e battute sboccate. Traboccava femminilità ma anche la chiara sensazione che in pochi istanti potresti ritrovarti il naso sfondato dal suo cranio, e il sangue misto a belletto. Lascia che nei suoi pezzi sia l’uomo a cantare, mentre la donna racconta; di tono rude ed elegante insieme, con tecnica mai fine a se stessa ma sempre accesa, appassionata, a inscenare raffinate storie di viaggiatori, energumeni e concubine dell’oggi.

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