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Blog - Reportage

05

ago
2012

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In Blog - Reportage

By Lorenzo

Stupe e tabule rase elettrificate

On 05, ago 2012 | No Comments | In Blog - Reportage | By Lorenzo

“Durante la notte soffiò il vento, che aveva grandi spazi dove correre e solo pochi stecchi dove sibilare”
[Goffredo Parise, Sillabari]

Lontano.

Lontano.

Nel piazzale dell’autonoleggio l’afa s’è già fatta pioggia, l’umore si è disteso insieme all’aria e sopportiamo agilmente i quarantasette scorrevoli passi burocratici e le oltre due ore di firme e telefonate e deviazioni tra uffici con cui otteniamo il nostro mezzo di trasporto, una dignitosissima auto di medie dimensioni, rossa e splendente, con un leone inciso in mezzo al cofano. Fa la sua figura, anche così sotto la pioggia battente, che altezzosa sopporta dal suo parcheggio sul ciglio del terzo anello nord mentre il traffico del venerdì sera le passa davanti, auto anonime, stanche e fradicie che vanno verso l’ovest dormitorio cittadino, senz’altro piglio che un sorpasso nervoso del veicolo che viaggia nella corsia accanto. Noi no, abbiamo in mente altre corse e altre strade, che ci si dia il tempo di una cena, la calma è importante, poi partiamo.
Lasciamo spiovere mangiando pesci grigliati in un ristorante teppanyaki giapponese di fiducia, stendiamo le carte stradali su un tavolo di legno consumato da avventori e boccali immaginando monti e altopiani, laghi e province lontane, che paiono desolate frontiere tra deserti e prati in cui si accendono enormi barbecue.
Usciamo dal locale circa tre ore dopo, è mezzanotte e mezza e se avessimo avuto una tabella di marcia l’avremmo già sforata, è chiaro, ma siamo ormai troppo sereni e ritemprati dentro per pensarci. Il cielo si è schiarito e la strada da prendere è decisa: andremo dritti a ovest verso Zhangjiakou, un capoluogo di provincia a circa 180 chilometri da Pechino dove passare la notte per poi virare a nord verso Taibus Qi, meta ultima del nostro viaggio posta oltre il confine dell’Inner Mongolia, su un altopiano di prati verdi contornato dalle mitiche mura di Gengis Khan.

Alba. Odore di frizione bruciata.

Alba. Odore di frizione bruciata.

Verso l’una e mezza siamo costretti a fermare il motore in autostrada, incolonnati e schiacciati in mezzo a TIR enormi che puzzano di ruggine e verdure marce. Siamo praticamente l’unica vettura borghese. Ogni tanto riusciamo ad avanzare poche centinaia di metri, ma le soste si fanno sempre più lunghe e non lasciano altro che l’evidenza del non aver fatto una partenza intelligente.
Scendiamo dalla macchina, camminando tra gli strettissimi passaggi di ferraglia tra un TIR e l’altro. L’odore di frizione bruciata è molto forte, i fari degli altri veicoli a poco a poco si spengono e restiamo nel buio più totale. Ai margini della strada intuiamo una vallata alta e strettissima, dai fianchi tanto aspri da non ospitare neppure una luce.
Passeggiando sull’asfalto incontriamo altri viaggiatori scesi dai rispettivi veicoli, ma nessuno di loro è loquace: non c’è paio d’occhi che paia essere in viaggio da meno di una settimana senza toccare un vero letto, e nessuno sembra aver voglia di pronunciare qualcosa più di un grugnito. Da un pullman di lunga percorrenza scendono passeggeri distinti dalla facce insonnolite, anche loro poco socievoli con le bocche strette nelle loro sigarette; scende anche il loro autista, che apre uno sportello del portabagagli: un movimento improvviso, ne esce un uomo che dormiva raggomitolato là dentro. Poi la colonna riparte, e percorriamo altre poche centinaia di metri chiusi nel buio e nel ferro, le ruote calpestano rivoli di urina e i teloni dei rimorchi sbattono all’aria creata dal movimento, dietro cui le merci restano nascoste dal buio pesto.
Dopo numerose soste forzate, sempre più desolate, finalmente verso le 6:30 del mattino raggiungiamo Zhangjiakou. L’alba è passata già da due ore e la città è ben sveglia: donne con la sporta della spesa, come giovani ragazze dai capelli lunghi bagnati, si direbbe profumati di shampoo, attraversano i viali ampi e bianchi, che paiono appena costruiti; le verdure sono già sulle bancarelle come anche i baozi per la colazione.
Questo risveglio vivace e diffuso, sotto un cielo blu intenso e l’aria secca scaldata dal primo sole, per noi che invece dobbiamo andare a dormire, dovrebbe subito sembrarci un chiaro segnale negativo. Entriamo in un primo hotel, per scoprire che bizzarramente apre alle 9.30. Rinunciamo sia a tentare di spiegarcelo, sia a sfondarne le porte, e ne proviamo un altro. E’ un business hotel, la facciata è grigia e immensa, con una tigre dorata che svetta dall’arco dell’ingresso. Niente, ognuna delle loro trecento camere è piena. Continuiamo a percorrere le strade larghe usando le ultime riserve di attenzione per schivare biciclette, i nostri visi sempre più in contrasto con i profumi del mattino. Proviamo ancora uno e poi un altro hotel, ma senza successo. Chi dichiara che è la festa del paese, chi parla di grandi eventi politici, chi invece a corto di scuse semplicemente ammette che per loro gestori è troppo costoso registrare noi stranieri alla polizia; fatto sta che finiamo in un bagno-sauna, in cui possiamo dormire in un letto all’interno di uno stanzone comune per 28 rmb a testa. Ci danno in omaggio uno spazzolino da denti di marca e un pigiama. Non dobbiamo nemmeno aprire i nostri bagagli. Accettiamo.

Dormiamo poco, poi iniziamo a camminare per questa città accorgendoci che la sua pulizia, il suo colore bianco, sono solo apparenze per ubriachi di sonno, mentre la polvere delle vicine miniere è ovunque. L’aria però è secca e sembra pulita, è fresca, il vento pare arrivi da lontano e il clima è ideale. Ci pare giusto presenziare all’inaugurazione di uno studio di architettura e design aperto nel mezzo di una lunghissima serie di xiaomaibu (piccoli empori); posiamo per una decina di foto coi vari membri fondatori e ospiti d’onore, poi passeggiamo ancora per la città e i suoi ponti per risalire finalmente in macchina, puntando decisi verso nord.
Dopo pochi chilometri ci lasciamo definitivamente alle spalle il paesaggio brusco quanto affascinante dello Hebei per entrare definitivamente nell’altopiano mongolo. Di villaggio in villaggio chiediamo dove siamo, e tutti e nessuno di questi luoghi sembra chiamarsi come il paese che stiamo cercando. Il nome appartiene ad un’area non precisata, del resto ci va bene così, siamo nomadi anche noi, con la nostra macchina rossa diventata scura di terra che indugia tra un bivio e l’altro, indecisa fra una strada minuscola ed una quasi inesistente, che taglia prati di cui non si vedono i confini.

Ages

Ages

Ci fermiamo accanto a una fila di enormi pilastri di pietra, retaggio di un passato megalomane e recente. Le nuvole in cielo sono grosse e spesse, in lontananza un gregge di pecore sembra muoversi con il vento, costante e sempre più teso sui nostri corpi. Una mucca nera percorre sola un sentiero da sud a nord, guardandoci appena un po’ schiva e un po’ nervosa.
A ovest il sole si mostra in uno spiraglio del cielo, tramontando su un gruppo isolato di iurte, le tipiche tende mongole; si vedono i fumi delle braci e decidiamo di andare là per la notte. La famiglia che gestisce il luogo ci accoglie amichevole; ordiniamo montone e verdure locali, che sentiamo cuocere sulle braci mentre insieme al vento che si fa sempre più freddo e a birre locali guardiamo il sole scendere sotto la linea dell’orizzonte.
Il mattino seguente è splendido, il sole è alto e il cielo è quello più tipico, blu pieno con poche nuvole alte e bianche; l’erba di luglio è grassa e verde, dopo una colazione tipica in cui prendiamo la nostra terza razione di montone su un totale di tre pasti consumati fin qui, andiamo a camminare verso una stupa di sassi con il sole che piano piano ci scotta. Incontriamo un asino, erba secca battuta dal vento sin da quando è germogliata, troviamo la stupa piramide di pietre frugalmente abbellita con pezzi di stoffa scoloriti e sfilacciati. Il mucchio di sassi arido, resistente, ci pare simbolo ideale di questa terra come e più del successivo “tabula rasa elettrificata” sovietico e ferrettiano.

Silenzio

Risaliamo in macchina e continuiamo a correre per i prati, fermandoci per il pranzo nel mercato iperaffollato di Guyuan. Si tratta di una fiera stagionale molto importante, con una strada interamente dedicata ai dentisti di strada: 10 rmb per un’estrazione dentale. Un peccato dover rinunciare per tornare a Pechino! Ci mancano solo trecento chilometri, e pur andando con calma speriamo di poterci fermare per uno spuntino sul lago di Miyun, famoso dolce rifugio per ogni coppia cinese grazie ai suoi scorci romantici, pesci arrosto e pannocchie al vapore. Alle cinque, ora in cui secondo i nostri calcoli avremmo dovuto essere a gustare tali specialità con la brezza della sera, stiamo invece guadando un piccolo torrente sotto la guida di un novello cowboy mongolo: la nostra macchina passa nell’acqua e nel fango insieme ai suoi cavalli. E’ solo la prima di una lunga serie di deviazioni stradali che ci accompagnerà tutta la notte.
Usciamo da questo primo tratto dopo numerosi altri incidenti che richiederebbero un tomo a parte, per poi trovarci, ormai verso mezzanotte, all’imbocco della superstrada 111, esattamente 180 chilometri in linea retta a nord di Pechino. Tale linea retta è, per i primi 90 chilometri, un intrico di tornanti di montagna, mentre per i secondi è una serie di deviazioni azzardate in cui la nostra macchina salta tra una corsia e l’altra, in cui gli ingressi dei tunnel sono meno illuminati dei loro interni, bui pesti, e in cui non è raro trovare macchine che arrivano contromano, ingannate dall’intrico di deviazioni selvagge.

A circa trenta chilometri dalla meta la strada si allarga improvvisamente: è la superstrada che costeggia l’areoporto. Estenuati ci fermiamo sulla corsia d’emergenza per l’ultima sosta, ai bordi di una palla luminosa irreale che è la città di notte, i nostri visi tirati e menti che appena capiscono il senso di questi ultimi chilometri verso case, uffici, rumori di aria condizionata, la macchina da riconsegnare che tra poco non ci apparterrà più, e noi domani come faremo, chissà.

Passaggi

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