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Blog - Daily

Ti presento mamma

On 20, lug 2012 | No Comments | In Blog - Daily, Blog - Editorial and publications | By Lorenzo

 

Il segreto se l’è tenuto dentro per due anni, poi, una sera di aprile fatta di tepori e vino, ha ceduto, e sottovoce ha sussurrato: “mia mamma… è proprietaria di una casa da gioco di majiang”.
Lei, Wen Wen, ragazza quanto meno raffinata nel suo usuale abito nero corto portato impeccabilmente, come nei suoi numerosi lini cuciti a mano, scarpe decoltè aperte su pelle bianchissima, che mi dice di discendere da un’amministratrice di bische.
Il connubio delle due cose – la ragazza raffinata e la madre imprenditrice di mestiere, le buone maniere e il gioco d’azzardo – mi ha subito proiettato in un tempo prossimo e raggiungibile in cui già mi vedevo, in camicia di lino e foulard francese, accanto alla di lei mamma accompagnando clienti di riguardo in lussuosi privé, mentre dalla porta entra una lieve fragranza del dopo di pioggia di un temporale tropicale.

Un giugno insolitamente fresco per Pechino ha portato anche la tradizionale festa di Duanwu, anche detta delle Barche drago, che coi suoi tre giorni di ponte è stata l’occasione ideale per partire.
Ho messo nello zaino una bottiglia di baijiu (portentoso vino di riso cinese imbevibile da chi non è nato in queste terre) dall’ottimo rapporto prezzo/esagerazione-della-confezione insieme a una bottiglia di Nero d’Avola per tentare un banale accoppiata “east meets west”, ed eccomi schiacciato tra personaggi vari in un treno lanciato verso una cittadina a 300 km a nord-est di Pechino, mentre insegno i trucchi della Scopa d’assi al fratello di lei, Didi, evidentemente più che mai motivato ad essere gentile con la famiglia tutta.
Giunti a destinazione i due fratelli mi dicono che dovremo camminare un po’ prima di arrivare alla casa da gioco, dove verremo accolti. La polvere, spessa e pesante, umida, è ovunque; ne ho le scarpe piene, eppure appena tocco il pavimento della bisca le suole ci si appiccicano comunque, facendo spiacevoli rumori di cui non devo, non posso preoccuparmi: devo tenere la testa alta, sorridere alla mamma e al papà, capire quel che mi dicono, e ancor prima capire che lo stanno dicendo a me anche se guardano a due metri di distanza dai miei occhi.

Giocatori di Majiang

Giocatori di Majiang

L’accento di provincia non lascia scampo al mio cinese, lo capisco subito alle prime frasi: dopo aver faticosamente colto le prime due tre ovvietà, tra cui “non appoggiare la borsa per terra, che c’è sporco”, i suoni mi sfuggono senza pietà, nessuno di essi si ferma un pochino di più per lasciarsi comprendere e tutto ciò che si lasciano dietro sono solo ansia e panico: la stanza verde che mi circonda si spegne sempre più attorno al mio sorriso ebete, unica difesa che so erigere al mio non capire; vedo i colori svanire lasciandomi una secca sensazione di essere trattato come un bambino di due anni.
Ad ogni mia richiesta di ripetere le frasi che mi vengono rivolte, con bis che sono poi del tutto inutili, vedo gli sguardi dei miei ospiti sempre più scoraggiati: presto anche il semplice dovere dell’educazione cede sempre più, ed io mi ritrovo rapidamente più isolato e impotente.
Il profumo tropicale del dopo di pioggia puerilmente immaginato non viene a consolarmi, tutto ciò che resta è un odore di sigarette di bassa qualità spente nell’acqua, puzzo di fumo bagnato che avvolge tutto.
Questo odore è l’ultima cosa colta dai miei sensi. Poi la mente mi si è spenta. Mi ha risvegliato una persona che fissandomi si portava la mano alla bocca come per dire “mangiare”, e allora come i bambini ho capito che dovevo alzarmi, si andava a cena.
Con un breve risveglio di lucidità incitato dal mio istinto di sopravvivenza, ben allenato dopo tre anni di Cina, mi sono saviamente sottratto alla trappola mortale dei brindisi ripetuti. Dopo questa salvifica ma, dal punto di vista dell’etichetta anche sconsiderata azione, nessuno ovviamente ha più tentato di parlarmi ed il buio è tornato, regalandomi un paio d’ore di isolamento e, finalmente, di pace.

Acquari

Acquari

Giunti a casa loro, con i genitori e i due fratelli, ero ormai nel vortice di una tensione suprema verso un obiettivo palesemente irraggiungibile, che era tenere il campo con dignità ed educazione: ho cercato di mantenere ogni più piccola apparenza come stare seduto in modo composto, di non curarmi mai del telefono, o peggio evitare di isolarmi in un libro, incapace del resto non solo di comunicare, ma anche di avere la mia parte nell’attività familiare, fatta per lo più di hobby che taccio per decoro.
No, non è stato un buon inizio: di chilometri nelle province più lontane ne ho fatti tanti, non solo in Cina, ma la sfida familiare mi sta stroncando. Sento di dover essere qualcuno o qualcosa – perlomeno per la gentile lei che accompagno -, ma mi mancano i codici per esserlo e il mio comportamento diventa un nulla inconsistente, inattuato.
A un passo dall’esaurimento nervoso, noto una persona che mi fissa insistentemente e che subito si porta le due mani giunte vicino all’orecchio come per dire “dormire”, e allora io come un bimbo ho capito e sono andato a dormire.

La giornata successiva ha visto il mio girovagare con Wen Wen e il Didi per la costa, tra acquari (o erano ristoranti?), e ristoranti – questi sì che erano anche acquari – tra le cui proposte figuravano dei vermi marini simili a quelli che facevano vedere nei film del ciclo “Estate horror” su Italia Uno alle 22:30 (sempre stato impressionabile, io).
Il cielo è coperto e le nuvole corrono veloci, la brezza che arriva dal mare è ancora fredda ed è bello sentirla sulla pelle, sa di salsedine e di pioggia.
Finalmente mi calmo, noi tre soli non smettiamo mai di chiacchierare (perché loro mi capivano, anche in cinese? Mh) e torno finalmente il curioso con l’attenzione puntata verso ogni cosa e la domanda pronta, di nuovo in viaggio in quest’altro angolo di questo infinito continente.
La tensione del primo impatto si è fatta viaggio ed anche vacanza, finalmente stavo bene ed ero pronto ad essere nuovamente me stesso, anche in quella casa dove finora avevo grandemente fallito.

Pinguini, dell'ovest anche loro

Pinguini, dell’ovest anche loro

La serata presentava un solo ultimo problema: la partita d’esordio dell’Italia Campione del Mondo, chiaramente imperdibile. Decidiamo di prendere una stanza di hotel in cui, tra l’altro, fare anche una doccia, visto che in casa purtroppo mancava (e va bene, fin qui ho taciuto su molti particolari).

Siamo entrati a chiedere informazioni in diversi alberghi di cui la cittadina era insolitamente ricca, ma molti vista l’ora tarda erano già pieni, oppure troppo costosi. Infine i due fratelli hanno deciso per uno la cui insegna luminosa proponeva a chiare lettere “due ore per 50 RMB”. Nessuno si è minimamente curato di commentare insieme a me la probabile clientela cui andavamo a mischiarci, ed è finita così, in tre su un letto anche questo senza dolci fragranze, a fissare gli undici azzurri che hanno giocato come tutti sanno.
Verso le quattro e mezza di mattina Didi si è alzato di colpo dichiarando di voler vedere l’alba sul mare. E l’ha fatto, in solitaria è andato a cercare le sue proprie cose, come in sogno. L’ho appena visto passare, anima salva, e richiudersi dietro la porta della stanza, lasciando appena entrare gli odori stantii del corridoio.

Non mi pare il caso di aggiungere altro, voglio uscire di scena così anch’io, come Didi che va a vedere l’alba, probabilmente su una spiaggia sporca e limacciosa, accanto a carcasse di barche ormai arrugginite e mangiate dal mare, circondato da un promontorio che ha ciminiere al posto dei più fotogenici fari portuali.
Non importa, mi piace chiudere qui, Didi e la sua Cina, Wen Wen al mio fianco dorme, chissà se pensa alla mamma e al papà, così diversi da lei eppur parte enorme del suo cuore; o chissà cosa penserà dell’amico occidentale, che ha sbattuto contro ciò che lei era ed è, facendogli toccare sulla pelle viva la polvere sollevata dagli accadimenti degli ultimi cinquant’anni, così, caduta tutta in una volta come elegantemente scrollata dalle pieghe di un vestito corto nero da mani bianche delicate di donna.

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